Esplorando l’ignoto, verso un modo nuovo di fare giornalismo

Molte persone – anche molto vicine – si sono seriamente e sinceramente preoccupate. Mi è d’obbligo dunque scusarmi con loro per averle tenute “sul filo”, completamente all’oscuro di che cosa stava succedendo. Averlo fatto prima avrebbe neutralizzato l’intento e l’effetto atteso. Ora però sento essere giunto il momento di rimettere gli animi in pace, anche se ciò vuol dire por termine all’esperimento. Sì, stavamo facendo un esperimento. Di un modo nuovo di fare giornalismo.

Il teatro è una possibilità data all’uomo di accrescere durante un certo tempo l’intensità delle sue percezioni. E’ tutto qui, ma è enorme (Peter Brook)

Stavamo esplorando l’ignoto, in attesa che emergesse un nuovo format adatto a un “calco” più autentico  dell’oggi, un format che riuscisse non soltanto a “portare l’attenzione” (orientare la parte cosciente) su un determinato fenomeno, ma a trasmettere di questo fenomeno l’esperienza concreta vissuta dalle persone, l’esperienza soggettiva, piena, difficilmente raggiungibile senza una certa risonanza emotiva (la parte non razionale, quella che sfugge sempre al ristrettissimo campo della coscienza).

Abbiamo valutato che non c’era altro modo di esplorare il possibile che farsi soggetto stesso dell’esperienza, in una identificazione totalizzante (visibile quale apparente dissociazione in altre sedi); raccontando giorno per giorno, con stile diretto, direttissimo a volte, i fatti, gli stati d’animo, i contesti e le ambientazioni di quella condizione di vita che abbiamo scelto quale oggetto d’indagine pilota: la disoccupazione dei quarantenni italiani. Mettendosi in gioco tout court come persona reale che ragiona, agisce, prova emozioni (belle e brutte, conosciute o mai provate, controllabili o fuggevoli che siano) e riporta il tutto ciò che accade in un “diario quotidiano”: una sorta di inviato speciale all’inferno. Lasciando emergere dal profondo i fantasmi, le paure, gli spettri, i “nemici”, proprio nel mentre la scena si andava formando…

La figura del giornalista di inchiesta o del reporter di guerra è pur sempre un ruolo distanziante dall’esperienza (distanzia lui e i lettori dal fenomeno, ha il giubbetto “press” addosso). E’ già finzione letteraria, narrazione, romanzo d’appendice. Trattando un fenomeno alla maniera tradizionale, anche il migliore giornalismo non può far altro che lasciarci “osservatori” (chi scrive e chi legge, allo stesso modo), non consentendo di comprendere totalmente la portata dell’esperienza. Esempi classici la famosa “questione meridionale” (in special modo agli occhi di un lombardo) o la “povertà” del terzo mondo, che a fine Novecento ci hanno soltanto fatto dire “poverini” o partecipare a collette, ma non arrivando mai a scompaginare la nostra dimensione interiore perché a quel tempo l’impoverimento era una possibilità così remota che i poveri restavano sempre “gli altri”, una razza aliena, completamente estranea alle nostre quotidianità scontate, al limite da consolare a distanza (vedi infatti le adozioni a distanza).

Un po’ come quello che accade oggi per la disoccupazione: chi non la prova non sa cos’è. Fenomeni come la disoccupazione sono sempre stati trattati attraverso la mediazione statistica (numeri, sondaggi, studi sociologici ecc.) o il pietismo del “caso” (l’imprenditore suicida, il licenziato che fa strage in azienda, il giovane che molla tutto e non fa più nulla ecc.): in sostanza, una tragica narrazione o una generalizzazione astratta e astraente dal reale, come la dichiarazione del politico di turno. Il caso limite raccapriccia, eventualmente, ma rassicura, non fa mai perdere il senno, perché fa dire: “c’è pur sempre chi sta peggio di me” e riconferma nel ruolo funzionale. Alla fine, ogni giornale riporta le cose allo stesso modo: l’importante è non “bucare”; dire qualcosa di diverso non è più fra le priorità di redazione, anche se un tempo lo è stato con alcune testate che hanno fatto la storia del giornalismo “impegnato” (ma pur sempre in prospettiva intellettualistica).

L’unico modo per scardinare tale stato di cose era “far provare” l’esperienza o avvicinare in qualche modo a essa fino a sentirne l’odore. Cioè toccare sul vivo, facendosi “testimone”: agganciare per coinvolgere, sfruttando ogni elemento in campo per “tirare dentro” il lettore, facendogli sentire i brividi sulla pelle, sentendosi parte di qualcosa di strano che si andava formando anche – e proprio – grazie alla sua presenza (like), presenza muta, assenza per non esserci più lì ove non c’è niente da ridere.

Ovviamente calarsi dentro fino in fondo nella realtà che si vuole comprendere per poterne dare contezza soltanto con l’uso dello scritto e con rigore quasi iconoclasta nei confronti del multimediale comporta una disponibilità a vivere per davvero dentro l’esperienza (a volte angosciante), con ciò che questo implica. Uno deve essere disposto – per così dire – a inocularsi il virus, senza sapere gli effetti che questo potrà avere sul proprio organismo. Ma abbiamo ritenuto fosse l’unico modo per aprire nuove strade. Rischi? Tantissimi. Ma abbiamo deciso di assumerceli.

Abbiamo lasciato che le cose accadessero da sole, che le emozioni prendessero pure un poco la mano, per vedere come tale dinamica potesse modificare il modo consueto di fare giornalismo, il modo di scrivere su certi argomenti e il modo di leggere certe cose. Abbiamo analizzato sistematicamente le “reazioni” di quanti in un modo o nell’altro sono entrati in contatto con il prodotto, utilizzando tutti i mezzi che la rete mette a disposizione, avendo conferma che stavamo davvero trasmettendo su nuove frequenze e che già molti ricevitori erano sintonizzati o pronti a sintonizzarsi. Le persone erano già alla ricerca di una stazione radio che trasmettesse su nuove frequenze in un modo diverso. Insomma, abbiamo incontrato – senza nemmeno averlo messo fra gli obiettivi dell’operazione – una nuova domanda, forte e tangibile.

Nello svolgersi dell’esperimento abbiamo visto emergere situazioni nuove, non poco anomale (anormali) per gli schemi abituali: le abbiamo affrontate, analizzate, girate e rigirate da ogni lato per coglierne ogni stimolo interessante e utile, finanche le più piccole sfumature. Molte volte ci siamo chiesti in che modo fosse il caso di proseguire; mai però ci siamo trovati nella condizione di voler rinunciare, anche al costo di apparire “matti” ai più (ci sarebbe stato tempo, dopo, per spiegare). Alcuni colleghi giornalisti hanno intuito l’idea che stavamo mettendo lì, sin dalle prime mosse, quasi fossero scacchisti provetti. A loro va la nostra simpatia e apprezzamento, perché ci hanno dato grande motivazione, soprattutto all’inizio (avevamo già esposto la faccia e il nome, senza alcun salvagente pronto), confermendoci sin dai primi passi che potevamo osare percorrere quel sentiero che entra nel bosco e non si sa dove arriva.

Le emozioni. Sono state emozioni forti, intense, coinvolgenti, quelle che ci hanno accompagnati in questi mesi. Vissute e trasmesse nell’etere dei bit in tempo reale, risuonate negli animi come diapason, in un’eco che permane. Emozioni condivise con tante persone che abbiamo incontrato sulla strada. In questo caso specifico – la disoccupazione, di cui tutti parlano ma di cui nessuno comprende appieno la portata angosciosa finché non ci passa personalmente (avere un familiare o un caro amico disoccupato non è sufficiente) – si sono rivelate la pietra angolare dell’intero edificio, una sorta di detonatore, di enzima di accelerazione del processo in fieri. Nel tempo ci siamo resi conto del cambiamento in atto in progressione esponenziale, non solo dei contenuti e dei termini utilizzati, sempre più sferzanti come lame affilate, ma anche dei modi, dello “stile personale”.

Diverse emozioni hanno bussato alla porta (sdegno, tristezza, ecc.) ma quella che l’ha letteralmente sfondata è stata la rabbia. Lasciata fluire nei testi e fra le righe, in abbondanza (con qualche eccesso rispetto all’abituale, ma abbiamo deciso di allentare la corda per vedere fin dove ci avrebbe portato). Una rabbia condivisa da molti, come hanno poi confermato anche i sondaggi essere la prima emozione degli italiani (quindi anticipatori di tendenze anche in questo modo nuovo di fare giornalismo), finché l’angoscia non ha prevalso e da lì la preoccupazione di alcuni, che ci ha convinti infine a “togliere la maschera”. In effetti, come ci ricorda Massimo Sabet in un libretto prezioso (Manuale di comunicazione teatrale, Milano 2005):

L’interno e l’esterno, il corpo e la parola, la ragione e la passione, l’inizio e la fine si offrono a una sperimentazione del tutto particolare, sorretta da uno spazio-tempo costitutivamente artificiale che rende tutto fenomenologicamente autentico. E’ un luogo di confronto vivo, di un’esperienza in cui le forze in gioco si esprimono paradossalmente senza mediazioni, allo stato puro, in un evento che si gioca nel momento stesso in cui accade. Non pensare di sapere dove si è diretti è il primo passo. Esplorare significa avere la possibilità di muoversi nel buio.

Che cosa c’è di diverso da un blog? Che intanto noi siamo giornalisti, iscritti a un Ordine di cui siamo tenuti a rispettare deontologia e norme; inoltre il blog è monotematico (generalmente corrisponde agli interessi personali di chi lo cura), mentre noi possiamo sistematicamente identificarci e disidentificarci e identificarci di nuovo con i diversi soggetti, entrando a fondo da protagonisti in fenomeni di diversa natura, di cui vogliamo che il lettore possa fare un minimo di esperienza, continuando cioè a fare il nostro mestiere di giornalisti. L’esplorazione ci ha consentito di intravedere una prima ossatura di un modello operativo possibile e funzionante di giornalismo adatto all’epoca nostra, che interessa sicuramente il lettore di oggi, ma soprattutto di domani. Un giornalismo esperienziale. Non siamo ancora in grado di mettere bene a fuoco o dettagliare sufficientemente, né di tradurre il tutto in un protocollo operativo replicabile. Altre sperimentazioni si renderanno necessarie, così come certamente qualche analisi metodologica e di fattibilità.

Lavorare sulle emozioni, in tempo reale, mano a mano che queste si fanno vive – abbiamo visto – è possibile ed efficace, giornalisticamente parlando. E può diventare l’elemento cardine di un nuovo giornalismo che riesca a toccare gli animi e non solo le teste pensanti delle persone, un giornalismo che operi sfruttando tutti gli strumenti della comunicazione a più livelli (conscio, inconscio, ecc.) per arrivare dove altri non si sono mai spinti. Allora si può anche lavorare sulle emozioni positive, per rilanciare un territorio o una “comunità” ad esempio, con una serie di “pezzi” capaci di innescare una escalation virtuosa, perché no? Magari capaci finalmente di far ritrovare ai giovani la bussola che noi abbiamo colpevolmente smarrito. Il metodo pensiamo di averlo intuito e presto una nuova testata giornalistica vedrà la luce. Sarà prodotta dagli studenti del Laboratorio di comunicazione giornalistica dell’Università degli Studi di Milano Bicocca. Ma, su questo, “embargo” totale. Fino a settembre.

Marco Mozzoni

https://italianidisponibili.wordpress.com

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