Quanti di me?

Quanti di “me” possono accettare gli altri? Uno serio, uno matto, uno allegro, uno triste, uno di destra, uno di sinistra, uno anarchico, uno mistico, uno eretico ecc. Quanti che uno può buttare fuori anche tutti insieme. E la gente resta lì, stranita. Non capisce più chi sei “realmente”. Sono sempre io, declinato in modalità diverse di espressione. Ma bisogna essere coerenti come persone? Io non trovo coerenza estrinseca in quello che mi sento di essere e fare. Sono e faccio quello che sento, per coerenza intrinseca. Se uno si toglie di dosso per un po’ di tempo l’abito da lavoro (qualsiasi costume di scena va bene), si accorge che iniziano a sciogliersi i lacci del “me”, che diventa fluido. E non c’è più contraddizione fra i quanti che si dice e si agisce. Provare per credere. In realtà il ruolo è tanto comodo: non richiede sforzo, é riconoscibile e decodificabile a colpo d’occhio, non serve stare lì a spiegare, chiarire, puntualizzare, si sa subito chi sei e cosa sei lì per fare. Il me fluido invece sguscia sempre via dalle mani. Ma è trasparente. Parole… Onoro il braccio che muove il telaio, onoro la forza che muove l’acciaio.

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